Mototerapia, fotografia e rinascita: il ritorno di Raffaele Maddaloni

Dalla diagnosi alla remissione, il motociclista e fotografo racconta il percorso con cui ha attraversato la malattia, cambiando il modo di guardare la vita, la paura e la velocità.

C’è un istante preciso in cui il mondo si riduce a una fessura di luce. Accade quando si chiude la visiera del casco: il caos esterno diventa un ronzio sordo e la mente si allinea alla strada. Raffaele Maddaloni ha vissuto gran parte della sua vita cercando quell’equilibrio perfetto tra un’in quadratura e una curva, fino a quando la sua corsa non ha subito uno scarto improvviso: un linfoma di Hodgkin.

Siamo andati ad ascoltare Raffaele, che ci ha ospitati per aprire uno squarcio sulla sua storia, quella di un uomo che ha dovuto imparare a farsi custode della propria fragilità. Abbiamo ripercorso con lui i mesi del silenzio e quelli, finalmente ritrovati, del rombo del motore.

Ciao Raffaele, grazie dell’accoglienza. Ci puoi dire chi era Raffaele prima della diagnosi e cosa rappresentava per te la moto?

Raffaele, prima della diagnosi, è lo stesso Raffaele di oggi. Quello che è cambiato è il modo di guardare la vita: oggi ne apprezzo la bellezza con una consapevolezza diversa, godendomi ogni momento da un nuovo punto di vista. La moto, prima della malattia, era il supporto al mio lavoro, il punto d’incontro tra le mie due grandi passioni: il motociclismo e la fotografia. È sempre stata il mio spazio di libertà, il luogo in cui ritrovare equilibrio e sfogare le emozioni. Durante le cure l’ho lasciata in garage. Ogni tanto andavo a spolverarla, ad accarezzarla come solo noi motociclisti sappiamo fare, con la certezza che un giorno sarei tornato a salirci. Era il mio unico obiettivo. Quando è successo, ho pianto. Ho girato la chiave, il motore si è acceso e ho sentito la sua risposta. È stato un momento di un’intensità indescrivibile, come se mi stesse dicendo: «Eccomi, sono tornato anch’io.»

Hai rifiutato la retorica dell’eroe, chi sono i pazienti per te?

Quando si affrontano certi argomenti, soprattutto in ambito medico, si ricorre spesso a un linguaggio che richiama la guerra. In ospedale esistono il “reparto”, il “triage”, si parla di “combattere”, di “vincere” o “perdere” una battaglia. Sono termini di origine militare, come se la malattia fosse un conflitto. Ma chi attraversa queste esperienze è, prima di tutto, una persona comune che, da un giorno all’altro, si ritrova impigliata in qualcosa che non comprende e che non avrebbe mai immaginato di dover affrontare. Sentirsi fragili genera inevitabilmente angoscia e paura. In quei momenti l’unica cosa possibile è affidarsi, anche se farlo può essere profondamente destabilizzante. Per questo credo che l’eroe non sia chi viene salvato, ma chi riesce a salvare gli altri.

Come fotografo invece, hai provato ad inquadrare il dolore?

Ho preso un tempo sabbatico. Il fotografo ha una visione della vita, guarda le cose in maniera diversa, la luce, le geometrie, le emozioni. Avrei potuto fotografare le espressioni facciali delle persone che mi vede vano cambiato, ma non ho voluto fermare quell’attimo e ho sospeso nel tempo la fotografia

Dopo le cure, c’è qualcosa che hai scoperto dite che prima ignoravi?

Mi sono riscoperto molto più forte di quanto credessi. La malattia ti fa capire che la vita è una sola e ti mette di fronte ai tuoi limiti fisici. Noi motociclisti, spesso, ci sentiamo quasi dei superuomini, convinti che certe cose non possano riguardarci. Oggi, invece, ho acquisito una consapevolezza diversa: quella dell’autoconservazione. Vuoi andare forte? Fallo in pista. Vuoi vivere la moto su strada? Fallo con responsabilità, perché la strada non è una pista.

Sei in follow-up oncologico. Come si impara a vivere con un cronometro che scorre così lento?

Vivo il tempo dell’attesa un giorno alla volta, nonostante l’ansia. Arriva inevitabilmente, perché so cosa significa quel percorso e, sinceramente, non vorrei mai doverlo affrontare di nuovo. La terapia migliore, per me, resta la moto. Non a caso si parla di mototerapia. Negli ospedali oncologici pediatrici sono nate iniziative che utilizzano moto elettriche per regalare ai bambini l’emozione della libertà e dell’adrenalina. Perché la motocicletta ha questo potere: lascia i pensieri alle spalle. Quando sei in sella assorbi solo emozioni, mentre tutto ciò che è pesante e tossico resta indietro. Per qualche istante ti dimentichi di tutto.

Hai raccontato pubblicamente la malattia. Quanto è stato difficile esporsi e quanto, invece, lo hai sentito come una responsabilità?

È stato molto difficile espormi e raccontare la parte più fragile di me. Eppure era ancora più forte il bisogno di parlarne. Così ho trovato il coraggio di dare un nome alla mia malattia, di raccontare le mie paure e di condividerle con gli altri. È stato un passaggio fondamentale, che mi ha aiutato tantissimo. C’è poi un altro tema che considero vitale: la ricerca e la prevenzione. Spesso dimentichiamo che il corpo umano può venir meno in qualsiasi momento e che, all’improvviso, la vita può presentarci un conto che non ci aspettavamo. Per questo fare prevenzione non è solo importante: è un gesto fondamentale verso sé stessi e verso chi ci vuole bene.

16/04/2026
A cura di Margherita Baldini
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