Drop out sportivo, tra cause e soluzioni: di seguito l’intervista a Guido Monaco.
In Italia cresce il numero di ragazzi tra i 13 e i 15 anni che abbandonano lo sport, proprio nella fase della vita in cui l’attività fisica è più importante per il benessere fisico e mentale.
È il cosiddetto drop-out sportivo, un fenomeno in continuo aumento: ciò che un tempo era sinonimo di gioco, amicizia e libertà si trasforma per molti in un impegno pesante. Ne abbiamo parlato con Guido Monaco, cofondatore del Mac Fest e ideatore del Talk sportivo, nato con l’obiettivo di costruire una rete per avvicinare i giovani allo sport.
Un primo nodo, secondo Monaco, riguarda il modo in cui oggi si racconta lo sport: «Il dibattito si è sempre più tecnicizzato: quando parliamo di una partita, l’approfondimento è rivolto all’analisi delle statistiche più che al racconto di una storia. Eppure sono le storie, molto prima dei numeri, a farci innamorare di uno sport».
Un alto tasso di abbandono dopo i quattordici anni porta inevitabilmente al declino di una disciplina: «Prima dei campioni vengono i sognatori. E se smettiamo di costruire sognatori, prima o poi smetteremo anche di costruire campioni».
Sulle cause del fenomeno, Monaco non ne individua una sola: «Viviamo in un’epoca di stimoli continui e il modo di vivere il tempo libero è cambiato. Ma lo sport ha una responsabilità: interrogarsi su come restare attrattivo senza perdere la propria identità». Il rischio è aver dato negli anni sempre più peso alla prestazione fisica e meno alla dimensione emotiva della pratica: «Un gioco funziona solo se qualcuno ha ancora voglia di giocarci. La vera sfida è far sì che un ragazzo non aspetti l’allenamento perché sente di dover andare, ma perché non vede l’ora che arrivi quel momento».
Accanto ai grandi campioni, secondo Monaco, andrebbero raccontate anche le passioni costruite dal basso, spesso da chi non finisce mai sotto i riflettori. A questa riflessione si lega un ricordo personale: i Mondiali in Qatar nel 2022, dove Monaco ha assistito dal vivo a una partita dell’Argentina. Oltre al livello tecnico e all’atmosfera, ciò che lo colpì di più fu vedere sugli spalti migliaia di giovani tifosi argentini che cantavano senza sosta, vivendo ogni istante ben oltre il risultato della partita.
Quel Mondiale, alla fine, l’Argentina lo ha vinto. «Tornando a casa ho fatto una riflessione semplice: una nazione con un serbatoio di ragazzi così innamorati dello sport sarà per forza sul tetto del mondo. Un campione, in fondo, è solo un sognatore che non ha mai mollato. E il nostro compito è fare in modo che quei sognatori siano sempre di più».
