Quando lo sport si racconta come una serie TV
Nel 2020, in pieno lockdown, ESPN anticipa l’uscita di The Last Dance: dieci episodi dedicati a Michael Jordan e all’ultima stagione dei Chicago Bulls. Non c’erano eventi sportivi in diretta né campionati da seguire. Eppure il documentario registrò una media di 6,1 milioni di spettatori, il miglior risultato nella storia di ESPN.
The Last Dance partiva da un vantaggio enorme: oltre 500 ore di immagini girate durante la stagione 1997-98, materiale che Jordan aveva tenuto custodito per più di vent’anni. Ma il successo non dipendeva da ciò che mostrava. Le partite erano già note a tutti. Faceva la differenza il modo in cui venivano raccontate. I viaggi in pullman. La tensione negli spogliatoi. Jordan che rimprovera duramente un compagno durante un allenamento. Il processo, non il risultato. Il dramma umano, non la semplice prestazione atletica.
Quattro anni dopo Netflix replica lo stesso modello con Drive to Survive, dedicato alla Formula 1. La serie supera i 700 milioni di visualizzazioni cumulative, l’audience femminile della Formula 1 cresce dal 20% al 41% e l’età media dei tifosi si abbassa da 44 a 32 anni.
Nel 2022, oltre la metà dei nuovi appassionati statunitensi dichiara di aver iniziato a seguire il Mondiale proprio grazie a Drive to Survive. Non guardavano le gare. Poi hanno scoperto che dietro Verstappen, Hamilton e gli altri piloti esistevano storie, conflitti, fragilità e personalità con cui identificarsi.
In Italia il caso più interessante è probabilmente BordoCam di DAZN. Il format esiste da anni, ma nell’ultimo periodo è diventato un fenomeno virale. Davide Bernardi segue la partita più importante del weekend senza fare il classico bordocampista. Osserva, ascolta, annota. Poi costruisce venti minuti di ciò che la diretta televisiva non mostra. I dialoghi tra i giocatori. Le indicazioni degli allenatori. I silenzi. Il celebre labiale di Luciano Spalletti che sussurra «Gianluca», rivolgendosi idealmente a Gianluca Vialli, è diventato uno dei momenti più emozionanti del format. Nei commenti sotto i video si legge spesso una frase ricorrente: «Più bello della partita».
Che cosa accomuna tutti questi esempi? Nessuno racconta semplicemente un gol, un sorpasso o una schiacciata. Raccontano l’attesa. La preparazione. Le sconfitte. Le rinascite. Trasformano gli atleti in personaggi e le gare negli episodi di una storia più grande. Lo sport diventa una narrazione seriale, fatta di protagonisti, antagonisti e colpi di scena. Questo modello funziona perché risponde a una domanda precisa: perché dovrei investire emotivamente in questa squadra, in questo pilota o in questo atleta? La risposta non può più essere soltanto: «Perché vince». Deve essere: «Perché conosco la sua storia. So da dove viene. So cosa rischia ogni volta che scende in pista». L’accesso al backstage crea intimità. E l’intimità genera appartenenza.
Per questo la comunicazione sportiva territoriale dovrebbe smettere di rincorrere soltanto il risultato e iniziare a costruire identità. Una promozione conquistata in un campionato locale può avere la stessa tensione narrativa di una finale mondiale, se si sa dove puntare la telecamera.
Un ragazzo di diciotto anni che corre nei kartodromi di provincia sognando la Formula 1 possiede un arco narrativo potente quanto quello di Charles Leclerc. La differenza è che, spesso, nessuno lo racconta. Il rischio, naturalmente, esiste. Che tutto diventi costruito. Che l’autenticità venga sacrificata in nome del contenuto. Ma l’opportunità vale la scommessa. Significa democratizzare il racconto sportivo. Dare dignità visiva a storie che non hanno i riflettori delle grandi categorie ma conservano la stessa capacità di emozionare. La domanda, allora, resta aperta. Chi racconterà queste storie?
Se volete, noi siamo pronti a farlo.
